venerdì, agosto 17, 2007

ARBUTUS UNEDO




FAMIGLIA: Ericaceae
NOME VOLGARE: Corbezzolo
HABITAT: Macchie e leccete


ippolito pizzetti (milano 1926_roma 2007)
non c'è più, nella mia memoria il corbezzolo rosso è quello che mi ha lasciato
un albero sempreverde come lui......

Uno spettacolo in quattro atti
Progettare un giardino
di IPPOLITO PIZZETTI

Mi è stato chiesto molte volte come mai io, che avevo deciso di intraprendere gli studi classici, e mi sono laureato di conseguenza in Letteratura Italiana, poco dopo aver raggiunto i trenta anni, abbia deciso di cambiare rotta e mettermi a fare l'architetto di giardini: perché, ad un certo punto, ho ritenuto che quella era la strada che mi sarebbe più piaciuto percorrere.
Devo premettere che già al tempo in cui ho cominciato ad operare in questa professione, i privati che dessero l'incarico di progettare il loro ad un "architetto di giardini" in Italia erano pochi assai, se non pochissimi. Non voglio neppure fare il calcolo del numero di quelli che ho progettato, e ancor meno di quelli portati a termine, davvero esiguo rispetto a quanti vengono realizzati dai professionisti all'estero. Certo, per essere sincero, a differenza di quanto hanno dichiarato molti di coloro che praticano qui da noi questa professione, devo confessarlo, non mi è mai passato neppure per il capo di progettare un giardino concepito su misura per il cliente, come se si trattasse di un vestito. Io considero il mio cliente, non diversamente da me che lo progetto, uno che per buona sorte si trova ad avere a disposizione un terreno, uno spazio su cui fondare il giardino. E che se conosce così a fondo i suoi desiderata, per realizzarlo non ha che da rivolgersi ad un esperto vivaista. E non certo per mia presunzione, ma perché il mio primo pensiero è quello di cogliere, di trovare nel luogo, nella formazione del terreno, nella presenza di una vegetazione originale, la chiave con la quale operare.
Sarebbe un discorso che mi porterebbe lontano, troppo, lasciamo andare, ma nelle mie prime fantasie sono venuto dal teatro, sono partito di lì.
Quercia, Frassino, Acero campestre

Nel giardino che progetto voglio che si realizzi uno spettacolo continuamente in evoluzione, in quattro parti che convergono l'una dentro l'altra, chiamateli pure quattro atti: primavera, estate, autunno, inverno, e cerco che operino dentro ciascuno di questi i possibili protagonisti della vicenda. Che possono essere presenti o no nello spazio su cui intendo operare, ma che comunque presenti hanno da essere nel paesaggio naturale di cui anche quel giardino fa parte: questo è anche il motivo per cui gli elementi principali, i protagonisti, sono presenti ancor prima che all'interno di esso, fuori di esso. Il che non è per nulla difficile da comprendere; ma se andiamo a vedere come si sono venuti concretando i giardini privati e anche pubblici nella massima parte del nostro paese, specie al centro e al nord, tra la fine del secolo XIX e poi nel XX, è facile rendersi conto di come la strada che voglio intraprendere, le mie scelte, siano diametralmente all'opposto di quella seguita e che costituisce ¿ per fare un esempio ¿ la vegetazione della massima parte dei giardini, privati o pubblici che siano, soprattutto del centro e del nord d'Italia. È un fatto curioso come siano in pochi a rendersi conto di come la maggior parte dei giardini dentro le nostre città o attorno alla città, che si trovino in Emilia, nel Lazio, e poi più su in altre regioni, in Lombardia in Piemonte, siano costituiti principalmente da una vegetazione arborea del tutto estranea a quella locale, presente in modo frammentario o scomparsa: c'è una assoluta, costante prevalenza delle conifere. Provate, nella maggior parte di questi spazi verdi, a trovare anche una sola quercia.
Tiglio e Carpino bianco

Desidero dirlo subito: non vorrei dar luogo ad un equivoco, non vorrei che da questo mio discorso si inferisse che io sia un fanatico seguace del proclamato credo ambientalista, accettato alla lettera dai neofiti, "solo piante autoctone". Cosa sarebbero diverse nostre città del sud o anche della riviera ligure senza piante esotiche, o le nostre città del nord senza le Magnolie (che pure molti milioni di anni fa sono state "autoctone")?
Fermandoci all'Emilia, dove insegno da dieci e più anni e dove ho anche occasione di operare, mi appare un assurdo che nei giardini (diversamente che in altri paesi oltre il nostro confine, nel centro e nel nord d'Europa) la vegetazione consista in massima parte di conifere squallidamente sempre uguali in tutte le stagioni e dove per trovare, non dico un faggio, ma quel che è peggio, una sola quercia, bisogna andare a cercarla col lanternino; non c'è cosa più assurda che nello spazio che apparteneva in gran parte agli Estensi il paesaggio originario, di cui i capisaldi erano costituiti dalle querce sopratutto, dai carpini, dai frassini, dagli aceri, dai tigli, dagli olmi per fermarci ai protagonisti, non rechi più o quasi in nessun luogo, nei pressi o attorno alle città, traccia della vegetazione originaria.
Certo, lo sappiamo bene, è avvenuta una rivoluzione storica, con la trasformazione dei precedenti territori boschivi in aree agricole, ma il fatto curioso è che, pur tenendo conto di questo mutamento, la vegetazione originaria sia stata eliminata in modo tanto radicale, abbia subito, specie dentro la città o i suoi immediati dintorni, sopratutto nei giardini, una sorta di rigetto quasi totale.
I giardini d'inverno di Palazzzo Hofburg, ricoperti da una fitta vegetazione di alberi e erbusti, luogo di incontro dell'aristocrazia locale, Vienna, 1852. (Da 'Giardinomania', Federico Motta Editore).

A mio avviso un fattore determinante, se non il principale addirittura, è stato, da parte e presso l'ascendente borghesia, l'affermarsi di una concezione del giardino quasi esclusivamente come simbolo di pervenuta crescita ed agiatezza, di un raggiunto superiore livello di classe; grazie al quale, per i possessori di quei verdi spazi, uno dei caratteri dominanti, se non il dominante, doveva essere quello di staccarsi da un paesaggio che in un modo o nell'altro faceva parte di un ambiente, di un passato rustico, da cui si voleva sottolineare quanto più possibile l'allontanamento, la distanza, dimostrandosi, e soprattutto apparendo, diversi. Già il possesso stesso di uno spazio destinato a giardino ne era un segno, e ancor più il suo distinguersi nettamente nelle sue componenti vegetali dall'ambiente che lo circondava. Si può quasi dire, e mi è già capitato di scriverlo ma voglio ripeterlo, che il rifiuto, il rigetto della vegetazione naturale e spontanea, nel momento storico in cui questi giardini sono stati creati, è stato altrettanto forte e reciso, se non di più, di quello degli elementi anche lontanamente sospetti di origine pagana da parte del cattolicesimo. Sarebbe anzi interessante a questo punto uno studio su come il giardino privato (e di conseguenza e a rimorchio quello pubblico) sia venuto formandosi quale possiamo vederlo oggi presso e assieme all'ascesa della borghesia, grande o piccola che fosse. Per tacere degli abietti preconcetti e pregiudizi massaieschi, purtroppo ancora non del tutto spenti, che le piante spoglianti vadano evitate perché "sporcano".
Città della Pieve, dintorni

Ma per tornare a parlare del mio modo di affrontare lo spazio del giardino, voglio ricordare come presso i cinesi, i quali sono stati tra i primi creatori di giardini (quelli giapponesi, con il loro carattere diverso, sono altro, ma all'inizio anche questi sono discesi dai giardini cinesi, come è accaduto anche nella poesia) era diffusa l'idea, quasi una regola, che l'ambiente che circondava l'area di progetto fosse considerato e valesse come un "giardino preso a prestito", il che, tradotto in altri termini, non può voler dire altro che l'intero spazio, del giardino o del parco che fosse, e del contesto vegetale, dovesse valere per la presenza di elementi costanti, in gran parte comuni ad entrambi. Certo, se si vuole, si può anche fare un giardino tutto di Camelie, di Rododendri o di Rose, perché no, non ho nulla in contrario, ma si tratta pur sempre di eccezioni, come eccezioni hanno da essere le introduzioni di singoli elementi esotici. Benissimo. Ma nella maggior parte dei casi (lasciando stare il giardino mediterraneo che esige un discorso tutto diverso), invece, quello che richiedo ad un giardino, perché acquisti una sua sostanza ed individualità, è che si armonizzi col paesaggio naturale originario, sia che in esso si trovi ancora situato o che quest'ultimo sia anche episodicamente o frammentariamente presente. Un giardino ove siano presenti e dominanti quelle costanti (si pensi ai parchi di Pückler-Muskau) che costituiscono la materia e sostanza fondanti e la struttura del paesaggio in cui o su cui si opera.
Guy's Cliffe House, Warwickshire

Ho avuto occasione durante la primavera scorsa, recandomi a Praga in auto, di passare per gran parte dell'Austria, di ammirarne il paesaggio nella sua straordinaria coerenza e costanza; e ancora mi succede in alcuni casi di esser preso dal paesaggio, per esempio da quello che si vede passando in treno da Roma verso nord, poco prima di arrivare a Città della Pieve ed anche dopo, anche questo di altrettale coerenza (e mi stupisco come questi due spazi non siano mai ancora stati assunti e trattati come un parco); ma subito dopo il mio viaggio attraverso l'Austria mi è accaduto di percorrere in macchina, per recarmi in Piemonte da Ferrara, buona parte della pianura padana ed ho potuto constatare che dove non domina assoluto (quasi dovunque) il paesaggio agricolo, quel poco residuo è ridotto ad uno scomposto scacchiere di spazi di risulta, a veri e propri relitti che sono stati utilizzati nel modo più incoerente, incongruo, caotico per costruzioni fabbriche depositi e altre cose del genere, e in nessuno di questi luoghi mi è apparso leggibile uno sforzo di mantenere degli spazi dove appaia evidente l'intenzione di conservare il paesaggio, sia pure frammentariamente, nel suo aspetto originale. E ancora di recente ho avuto l'occasione di percorrere le zone attorno a Verona e di vedere una numerosa serie di giardini privati, anche qui trattati dai loro possessori come tutti uguali, e per me avvilenti, coacervi di conifere.
Un giorno Sciascia parlando dei nostri fiumi scrisse che da quanto appare gli italiani non mostrano di apprezzarli ed amarli; io posso aggiungere ancora, come appare evidente da ciò che ho detto a proposito dei giardini borghesi creati dopo l'unità d'Italia, che gli italiani, da quanto si ricava guardando i loro giardini privati concepiti in serie, non hanno mai mostrato (come diversamente avviene in Europa) l'intenzione di conservare, di dare respiro ed un senso compiuto agli elementi originari, cacciati, distrutti o esclusi.
A questo proposito sarebbe opportuno anche un altro discorso: un giardino concepito dando risalto agli elementi del paesaggio locale (come spesso avviene al di là delle Alpi) occorre pensarlo sempre come uno spazio in evoluzione; la quercia e gli altri elementi di cui ho parlato in precedenza molto difficilmente e raramente sono già presenti, relitti questa volta in senso positivo, nello spazio che si vuole progettare a giardino; il quale nella maggior parte dei casi andrebbe considerato come uno spazio in evoluzione per il suo futuro, cosa non facile da far accettare ai committenti, dominati per la maggior parte dal principio perverso, nel caso del giardino come della casa, delle "chiavi in mano e così sia".
Un discorso che merita di esser continuato in altra occasione.

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