mercoledì, luglio 04, 2007

bustina nuova...



Lei: Le rose e violini/ questa sera raccontali a un’altra,
violini e rose li posso sentire/ quando la cosa mi va se mi va,
quando è il momento/ e dopo si vedrà
Lui: Una parola ancora
Lei: Parole, parole, parole
Lui: Ascoltami
Lei: Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole tra noi
Lui: Ecco il mio destino, parlarti, parlarti come la prima volta

“Parole parole parole” di Chiosso - Del Re - Ferrio (1971) cantano: Mina & Alberto Lupo



Mi sono interrogato più volte sul senso di questa rubrica. Cosa ci
azzecca, come direbbe qualcuno, parlare di stagioni climatche, di
politica o guerra nella pagina finale di una rivista dedicata
all'architettura? Mi è tornato in mente però l'intervento di Peter
Eisenman a Bologna durante la festa per i 35 anni di "Parametro".
Eisenman metteva l'accento sull'importanza dello scrivere di
architettura ma sopratutto dello scrivere per progettare, di quanto
lui non riuscisse a progettare senza affrontare i problemi trovando le
parole per descriverli e indagarli. Mi è parso più chiaro il senso di
parlare anche d'altro per parlare alla fine comunque di architettura.
Mi è sembrato chiaro che un fare progettuale slegato dal
contemporaneo, dall'hic et nunc inteso come vita quotidiana, dai
bisogni, dalle azioni, dalle diverse prospettive di pensiero ma
innanzitutto dalle parole fosse un'architettura monca,
autoreferenziale, assente e lontana, solo edilizia, alla fine. La mia
docente di Urbanistica consigliava di leggere romanzi e non libri di
architettura, perchè solo lì si potevano scorgere le pulsioni, le
passioni, le miserie e le ricchezze degli individui e le loro
relazioni. Confortato da questi pensieri ho allargato di nuovo lo
sguardo e ho capito che le parole sono importanti (come diceva il
Moretti di "Palombella Rossa": "Chi parla male vive male e pensa
male."), le parole possono essere pietre, possono, ne abbiamo prova
tutti i giorni, far diventare colpevole un innocente e viceversa,
possono segnare confini, muri, recinti (e come vedete siamo di nuovo
all'architettura) e definire inclusioni ed esclusioni in una sorta di
moderna caccia all'untore, di mai interrotto ostracismo. Mi chiedo,
per esempio, quale sia la necessità giornalistica di citare o, per
meglio dire, di marcare la nazionalità di criminali o presunti tali,
cosa aggiunge alla notizia sapere che lo spacciatore è marocchino o
colombiano e il rapinatore rumeno o albanese? Per non parlare dello
stupore (quasi dispiacere) quando si scopre che i veri colpevoli sono
i vicini di casa o i parenti più prossimi. Mi viene in mente un
episodio della mia infanzia, quando in autobus, passando accanto ad un mattatoio, mia sorella, guardando un camion di cavalli trasportati
verso la macellazione esclamò ad alta voce un "poverini!", ma subito
un uomo in piedi vicino a lei la rassicurò (sic!): "non si preoccupi,
signorina, quelli sono cavalli yugoslavi...", sicuro che la tristezza
di mia sorella per la loro triste sorte dovesse svanire all'istante
per il solo fatto che non erano animali nostri connazionali ma altro
da noi, stranieri, diversi... detto questo vorrei proporre un
esercizio di igiene civile, smetterla di segnalare la nazionalità o la
razza (a meno che non sia proprio quello il nocciolo della notizia)
raccontando gli individui come individui e se sono ladri come ladri e
se assassini come assassini ed eroi come eroi. Forse così potremmo
iniziare a sconfiggere quell'architettura della falsa difesa, della
paura che diventa esclusione e iniziare a riappropriarsi di parole
vere, quelle che costruiscono, quelle che servano a costruire
architettura concreta, l'unica mai divisa da quella dello spirito...

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